Sala 1

La Terra del Ferro 

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La Terra del Ferro 

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MINIERA DI CALAMITA

Nella Penisola di Calamita, fino ad una quarantina di anni fa, sono state coltivate le mineralizzazioni ferrifere presenti a Punta Calamita, Ginevro e Sassi Neri. La Penisola è quasi completamente formata da un complesso di rocce metamorfiche (filladi, micascisti e anfiboliti) noto come: complesso degli gneiss di Calamita. La loro età è incerta, ma sicuramente sono più vecchie di 330 milioni di anni  (Carbonifero). Nella zona della Miniera di Calamita, sopra gli gneiss si trovano quarziti, marmi dolomitici e calcarei vecchi di 230-200 milioni di anni (Triassico - Giurassico). I corpi minerari giacciono fra gli gneiss ed i marmi. Il minerale di ferro è la magnetite con un caratteristico habitus lamellare (musketovite), associata a silicati di skarn, ilvaite, epidoto, hedenbergite, andradite, pirrotina e minori quantità di minerali cupriferi. Si ritiene che il giacimento abbia la sua origine primaria nelle fanghiglie di argille e idrossidi di ferro sedimentati sopra gli gneiss in ambienti lagunari-paludosi nel Triassico medio (230 Ma), trasformate in ematite - dal tipico habitus lamellare - dai successivi fenomeni di metamorfismo regionale, e quindi in magnetite lamellare, attorno a 6 milioni di anni fa, dal termometamorfismo causato dalla risalita e raffreddamento del batolite monzogranitico affiorante al Fosso del Mar dei Carpisi ad occidente di Porto Azzurro.

La magnetite è l’ossido di ferro con proprietà ferromagnetiche, e talora con le caratteristiche di un magnete naturale. Proprietà magiche e misteriose che ci portano nella Lidia anatolica, e agli albori della civiltà etrusca. Scrive Erodoto nel V sec. a.C: “Dato che la carestia non diminuiva… il re dopo avere diviso in due gruppi tutti i Lidi, ne sorteggiò uno perché rimanesse, l’altro perché lasciasse il paese… pose suo figlio Tirreno a capo del gruppo che abbandonava la patria… Quelli di loro che ebbero in sorte di lasciare il paese scesero a Smirne e costruirono navi e, dopo averle riempite di tutti gli oggetti utili per loro, salparono…” (Storie, I, 94, 5-7). Non sappiamo se l’origine degli Etruschi sia stata veramente come la narra Erodoto.  Quattro secoli dopo Dionigi di Alicarnasso pensa che “Sono forse più vicini alla verità quelli che sostengono che i Tirreni non sono emigrati da nessun luogo, ma sono invece un popolo indigeno” (Antichità romane, I, 26-30). La questione è ancora aperta, nonostante le moderne ricerche genetiche sul DNA. Forse la verità sta nel mezzo. Ma se quanto narra Erodoto è una componente del sorgere della civiltà Etrusca, ci piace pensare che fra i materiali che i Lidi caricarono nelle loro navi ci fossero anche dei pezzi di magnetite, la “pietra di Magnesia”. Era una pietra magica dalla quale estraevano il ferro, il metallo dei Calibi. In alcuni casi frammenti allungati della pietra erano in grado di indicare la rotta “indicando sempre il luogo fra il sorgere e il tramontare del sole”, come narra un anonimo navigante fenicio. I giacimenti erano nei dintorni di Magnesia ad Sypilum, la città di Niobe e Tantalo, dalle antiche vestigia ittite, a nord-est di Smirne, lungo le pendici del Monte Sipilo. Dalla magnetite di Magnesia a quella della Penisola di Calamita, la fantasia può galoppare.

Dai miti alla storia. Attorno all’IX - VIII sec. a.C, al sorgere della civiltà Villanoviana - Etrusca, giungono dall’area egea-anatolica nelle nostre contrade le conoscenze per trasformare il duttile ferro in acciaio. Le miniere ferrifere dell’Elba divengono un presidio della città di Populonia e un perno della potenza economica etrusca. Da allora, sia pure con alterne vicende, l’estrazione dei minerali di ferro prosegue per quasi tre millenni per arrivare, quasi senza soluzione di continuità, a quel giorno dell’ottobre del 1981 quando al Ginevro, sulla costa orientale dell’Isola, venne chiusa l’ultima miniera ferrifera della greca Aethalia e della romana Ilva.

MINIERA DEL GINEVRO

 

Al Ginevro e Sassi Neri il minerale di ferro è magnetite in aggregati di cristalli ad habitus ottaedrico, associata a silicati di skarn in cui predomina la ferropargasite, un raro anfibolo a calcio, sodio e ferro. La magnetite, contrariamente a quella di Calamita è automorfa, e non deriva dal riscaldamento di originaria ematite. I corpi minerari sono completamente inclusi entro gli gneiss in prossimità di un grande filone di aplite. La loro genesi è imputabile a fenomeni di sostituzione metasomatica di formazioni calcaree ad opera di soluzioni idrotermali di origine marina ricche di ferro, durante le fasi terminali del raffreddamento del batolite granitico di Porto Azzurro.

TERRANERA E ORTANO

 

A Terranera lo scavo della vecchia miniera di ematite è riempito dal mare. Qui arrivano gli affioramenti più settentrionali degli gneiss di Calamita. Sopra di loro le brecce dello Zuccale che segnano l’ultimo grande movimento tettonico delle rocce elbane, attorno a 5 milioni di anni fa. Nei tempi successivi magmatismo e tettonica sono lentamente migrati verso est, lasciando l’Isola in una situazione di calma sismica, che motiva oggi il suo inserimento fra le aree del territorio nazionale a più basso rischio. A tetto delle brecce dello Zuccale, un pacco di rocce metamorfiche: quarziti (porfiroidi), filladi e micascisti, attribuite al Paleozoico antico, che giungono fino ad Ortano. Qui negli anni Sessanta del secolo passato era aperta l’unica miniera a pirite dell’Elba.

MINIERE DI RIO

La Torre del Giove sovrasta la grande vallata che dal Monte Capannello scende a Rio Elba e lungo la Valle dei Mulini conduce alla Piaggia e alla Montagna del ferro. A metà strada, la Piana di San Giuseppe dove due montagnole di calcare coperte di lecci si elevano dai campi. Nelle montagnole si aprono numerose cavità carsiche, in una delle quali, 4000 anni fa, trovarono rifugio e sepoltura genti della cultura eneolitica di Rinaldone: probabilmente i primi cercatori di metalli elbani. Erano, più o meno, i tempi durante i quali a Creta splendeva la civiltà minoica, e la piramide di Cheope da cinquecento anni dominava il paesaggio di Giza. 

Nel territorio di Rio, dalla Marina a Cavo, sono stati coltivati fino agli inizi degli anni Settanta del secolo passato, numerosi corpi minerari ferriferi prevalentemente giacenti al contatto fra un basamento filladico grafitoso i cui fossili indicano un’età del Carbonifero - Permiano (330 - 260 Ma) e i sovrastanti livelli di quarziti e carbonati metamorfosati del Triassico medio-superiore (230 - 203 Ma). Il minerale utile è costituito da ematite - l’ossido povero in ferro - la cui genesi si ritiene sia associabile, analogamente a quanto detto per Calamita, al metamorfismo regionale di fanghiglie ferrifere deposte in ambienti lagunari-paludosi, del Triassico medio. Nei giacimenti a nord di Rio è però mancata l’azione termometamorfica del monzogranito di Porto Azzurro, che ha trasformato l’ematite di Calamita in magnetite lamellare dotandola di proprietà ferromagnetiche. La presenza della massa granitica ha peraltro attivato una intensa circolazione di soluzioni idrotermali che hanno mobilizzato le pregresse mineralizzazioni a ferro generando corpi minerari dove sono presenti bellissimi cristalli di ematite, quarzo e pirite; gli “scherzi” dei vecchi minatori.

Nel Seicento i cristalli di quarzo e di ematite delle miniere di Rio, studiati dal danese Niels Stensen (Niccolò Stenone) ai tempi del Granduca Ferdinando II, lo storico protettore di Galileo, aprono la ricerca scientifica sulla struttura della materia allo stato solido: i prodromi di quelle conoscenze che, riprese dall’Hauy, hanno portato ai nanomateriali e alle indagini sul genoma umano. Il sarcofago del Beato Niccolò Stenone è custodito nella Cappella a lui dedicata nel transetto di destra della Basilica di San Lorenzo a Firenze, e alcuni campioni da lui studiati sono parte de “I 5000 Elbani”, una delle più celebri collezioni mineralogiche del Mondo custodita nel Museo di Mineralogia dell’Ateneo fiorentino. La maggioranza dei campioni proviene dalle raccolte di due personaggi, che hanno fatto la storia dell’Elba nella seconda metà del XIX secolo: Raffaello Foresi (ricordato nel nome dell’Istituto Statale di Studi Superiori di Portoferraio) e Giorgio Roster (ricordato nel Giardino botanico dell’Ottonella), e da un terzo personaggio, Luigi Celleri (ricordato dal Museo Mineralogico di San Piero), che dei due fu il prezioso collaboratore.

Magnetite ed ematite sono due ossidi di ferro che si alterano facilmente in un miscuglio di idrossidi, la limonite, che con i suoi colori giallo, rosso, nero e le sue cangianti iridescenze, tinge le acque ed i suoli delle vecchie zone minerarie. E’ il minerale che si rigenera nelle fosse come scrive Strabone, dando ai giacimenti ferriferi dell’Elba quel carattere di magica inesauribilità cantata da Virgilio nell’ Eneide: Ilva …insula inexhaustis Chalybum generosa metallis (X, 174).

DEPOSITI EOLICI DEL PALEOLITICO SUPERIORE (CANCHERELLI)

Lungo le coste di varie località elbane (Cala Cancherelli, Cala Mandriola, Madonna delle Grazie, Stecchi, Capo Stella, Viticcio) si trovano livelli di sabbie dunali antiche fino a quote di alcune decine di metri sopra e sotto l’attuale livello marino. I materiali carboniosi ed i paleosuoli presenti nelle sabbie indicano una età al radiocarbonio fra 48.000 anni BP (Madonna delle Grazie) e 21.000 anni BP (Spiaggia di Stecchi).

Alla Madonna delle Grazie i depositi dunali antichi salgono dal Lido fino al Santuario che si appoggia sugli stessi depositi, dove sono state scavate nel tempo varie grotte. Siamo nell’ultima fase glaciale, il livello del mare, attorno a 20.000 anni fa, scende fino ad un centinaio di metri sotto l’attuale quota zero e l’Elba è una penisola unita al continente e a Pianosa. Il grande ursus spelaeus, l’orso delle caverne, vive nella grotta del Reale in prossimità di Porto Azzurro. Gruppi di cacciatori e raccoglitori percorrono il territorio seguendo cervi e cinghiali. Inizialmente sono uomini e donne degli ultimi neanderthal, poi arrivano i primi sapiens. Sono i tempi della Dea Madre e degli splendori delle pitture rupestri della Grotta di Chauvet nel sud della Francia, la Cappella Sistina del Paleolitico.

I loro antenati erano partiti dalle grandi valli dell’Africa Orientale - la culla del genere homo -  un paio di centinaia di migliaia di anni prima. Poi la morsa del freddo si allenta, i ghiacci si sciolgono ed il mare torna a salire. Attorno a 12.000 anni fa, quando nel meridione dell’Anatolia, a Göbekli Tepe, si edificava il più vecchio luogo di culto conosciuto, l’Elba acquista la sua insularità. Nell’arco di qualche migliaio di anni arriva la Rivoluzione neolitica, si formano comunità di agricoltori e pastori; a Gerico e a Çatal Hüyük si costruiscono le prime città; con il fuoco si trasforma la materia, scoprendo la ceramica. Per un lungo periodo di tempo i nostri antichi progenitori hanno vissuto in un sostanziale equilibrio con la geosfera, poi da appena un paio di secoli, Gaia, la nostra casa, non è stata più in grado di assorbire i nostri rifiuti, né di darci tutte le risorse che richiediamo: siamo entrati nell’Antropocene. Molti i benefici, ma tantissimi i problemi. Si sono inquinati i suoli, le acque e l’aria, creando criticità ambientali sublimate nella “madre di tutte”: la variazione climatica ed il riscaldamento globale di un Mondo in cui la forbice socio-economica fra paesi ricchi e paesi poveri mostra i suoi quotidiani e tragici limiti. E siamo così giunti a una delle ragione di questa mostra. Utilizzare i paesaggi, le rocce, le miniere e le cave dell’Elba, visti con i colori, la luce e l’amore di un grande pittore, per ricordare a noi stessi il rispetto che dobbiamo al Pianeta Terra ed ai suoi abitanti, abbandonando, sia le illusorie arroganze di coloro che pensano di sostituire la natura nel dominio del Mondo, sia adottando le buone pratiche che fanno sperare in un Mondo più equo e solidale in armonia con la natura. Dobbiamo e possiamo trovare un nuovo equilibrio fra Uomo e Natura, e il Parco Nazionale, che unisce le isole dell’Arcipelago Toscano, ha un ruolo centrale in questa missione.

© 2020 by Luciano Regoli, Giuseppe Tanelli